Vivarini a Conegliano per promuovere il prosecco

La prima mostra mai realizzata sui Vivarini, la famiglia di artisti muranesi in primo piano nel magico panorama dell’arte veneziana del Quattrocento, che giunse a contendere il primato alla celeberrima bottega dei Bellini.

Promossa dal Comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie, questa mostra è il terzo appuntamento del ciclo progettato da Giandomenico Romanelli per
Palazzo Sarcinelli, dopo i grandi successi di critica e di pubblico di Un Cinquecento Inquieto e Carpaccio, Vittore e Benedetto da Venezia all’Istria.
In questa esposizione, la prima mai dedicata ai Vivarini, sarà presentato un prezioso nucleo di opere fortemente rappresentative del loro percorso artistico e della loro diffusione al di qua e al di là dell’Adriatico. Capolavori che testimoniano altresì i contatti e gli influssi di Antonio, Bartolomeo e Alvise con alcuni dei più importanti protagonisti della pittura del primo Rinascimento italiano, come Mantegna, Squarcione,
Filippo Lippi, Andrea del Castagno, Paolo Uccello oltre ai pittori veneziani.
Si potranno ammirare, per la prima volta riuniti, dipinti eccezionalmente trasferiti dalle loro sedi naturali – come il polittico di Antonio dalla basilica Eufrasiana di Parenzo, prima opera firmata e datata dal capostipite della bottega – e tavole realizzate per committenti pugliesi, come la pala da Capodimonte e quella geniale dalla basilica di San Nicola di Bari, opere entrambe di Bartolomeo, tra o primissimi e più originali esempi di pala con “Sacra Conversazione” a spazio unificato.
Prestiti, in generale, che si possono considerare eccezionali per la delicatezza e la qualità delle opere e per il significato che rivestono nell’excursus pittorico dei Vivarini e nel cruciale passaggio dal Gotico al Rinascimento.
Sovrastata da una lunetta con “Cristo in pietà tra San Girolamo e San Francesco” la monumentale opera che giunge da Bari, è una tempera su tavola del 1476,
in legno di tiglio, che raggiunge complessivamente quasi 2 metri e mezzo di altezza. La scena è ambientata in uno spazio unico: un atrio recintato da alte mura merlate, ove la Madonna e i Santi figurano in un formato pittorico e in una scala di proporzioni unitari. Su un’elegante edicola Invece è dipinta un’iscrizione del 1737 che attribuisce la commissione di questa Sacra Conversazione al canonico veneziano Ludovico Caucho.
Un esempio di pala d’altare “moderna” – cui Bartolomeo giunge guardando Mantegna – ove i personaggi non sono più isolati nei diversi scomparti ma collocati in un unico spazio, legati dal sottile rapporto di una comune malinconia.
Anche l’opera del Museo Nazionale di Capodimonte in origine era a Bari, presso il Convento degli Osservanti: soppresso nel 1813, la pala è stata trasferita a Napoli per entrare nelle raccolte borboniche prima del 1821. La Madonna in atto di preghiera guarda il figlio che dorme nel suo grembo.
Il cielo s’intravede oltre la barriera vegetale in fiore, horto conlusus aperto verso l’osservatore che simboleggia la verginità di Maria.
Di Antonio ci saranno molte delle celebri tavolette con le storie di Santa Monica e Santa Apollonia, realizzate dall’artista con la collaborazione del cognato, l’ancora misterioso Giovanni d’Alemagna e che rappresentano l’esatta linea di transizione tra le narrazioni gotiche e sensibilità già rinascimentali, con gustose citazioni dall’antichità classica.
Di Alvise si potrà ammirare il percorso tormentato dagli schemi del padre e dello zio fino a una pittura che risente delle vicine esperienze di Giovanni Bellini e Cima da Conegliano ma, soprattutto, del fondamentale passaggio per Venezia di Antonello da Messina. Così nella tavoletta francescana dall’Accademia Carrara di Bergamo ammiriamo uno dei vertici della poetica del più giovane dei Vivarini e nel
Sant Antonio da Padova dei Musei Civici di Venezia uno dei rari esempi di ritrattistica vivariniana.
Infine la Sacra conversazione dal museo di Amiens, ultima problematicissima opera di Alvise datata1500, capolavoro insolito e stupefacente mai veduto in Italia.
Un’opera sorprendente e anomala nel panorama della pittura veneziana di quegli anni ma fondamentale per tentare di capire l’ inquieto sperimentalismo dell’ultimo periodo di Alvise.
Oscura la sua genesi e il suo percorso storico, gli studi più recenti hanno provato che la tavola nel 1642 era entrata a far parte – per il tramite di Michelangelo Vanni, figlio del più noto pittore toscano – della prestigiosa raccolta dei principi piemontesi Dal Pozzo della Cisterna,
una delle più belle collezioni europee. Tanto che nel primo inventario della raccolta essa viene descritta e attribuita al “Venetiano” Alvise Vivarini , pittore di “Morano”
presentato addirittura come “maestro di Tisciano”: un dato astorico che aumentava il prestigio dell’opera,
ponendola affianco ai capolavori di Dürer, Veronese e Tiziano posseduti dal marchese Amedeo dal Pozzo.

Alvise è ancora un enigma per gli storici dell’arte e la sua precoce scomparsa,
senza eredi, interrompe un percorso di altissimo livello che poteva forse avere esiti dirompenti.

***
Una mostra dunque imperdibile che – negli ambienti contenuti ma affascinanti dello storico Palazzo Sarcinelli – avvia una prima importante e inedita riflessione su questi protagonisti del Quattrocento lagunare ancora tutti da studiare; una mostra-dossier che riunisce selezionate tavole, esemplari pale d’altare e polittici delicatissimi per trasporto e conservazione, squarciando con coraggio il velo sui Vivarini e suggerendo interrogativi e confronti.

Un tassello mancante, nella lunga storia di mostre dedicate sin dagli anni ‘30 alla pittura veneta,
ma anche un’esperienza inaspettata di grande arte, un emozionante percorso nella
stagione più ricca e movimentata del processo di evoluzione dei linguaggi artistici nell’età dell’Umanesimo.

Saranno complessivamente sette decenni d’attività generosa di committenze e copiosa di risultati: polittici per chiese e confraternite e tavole per private devozioni, storie di santi e di miracoli, ricordi di antico e scene di toccante pietà ma anche di conclamata modernità; opere nelle quali i colori, dal rosa al turchino dai violetti cangianti al verde squillante, risaltano in tutta la loro forza accompagnandosi e poi liberandosi dai preziosi fondi oro
per misurarsi con la natura e le atmosfere inpaesaggi delicati e magnifici.

Sull’onda delle committenze degli ordini religiosi (francescani, domenicani, agostiniani) di parrocchie e scuole, le opere dei Vivarini giocano un ruolo di primo piano su un palcoscenico che è veneziano e veneto non meno che adriatico: Istria, Dalmazia, Marche e, soprattutto, le Puglie vedono giungere le tavole dei Vivarini, illustrando una chiesa, dando splendore dell’oro e dei colori laccati a un altare, illuminando una cappella.

La mostra segue i percorsi individuali e comuni dei tre protagonisti, ne indaga i caratteri e le peculiarità.
Consente anche di capire che cosa essi abbiano lasciato in eredità alla cultura pittorica veneta del Cinquecento.

Riprendendo una proposta che ha trovato nelle due mostre precedenti di questo ciclo un ampio consenso e un sincero apprezzamento dei visitatori, la mostra suggerisce di completare gli itinerari dentro le sale espositive con una fitta rete di affascinanti “scoperte” di capolavori sparsi sul territorio della Marca.
Ecco allora un percorso seducente e gioioso tra le pale, gli affreschi, gli angeli e i santi lungo solchi d’arte che riconducono i Vivarini ai loro seguaci, ai loro piccoli e grandi contemporanei, da Lotto a Giorgione, da Andrea da Murano e Girolamo Strazzaroli, da Jacopo da Valenza a Cima da Conegliano: la più ricca e più raffinata delle possibili ‘mostre’ tra i capolavori che ancora oggi ‘presidiano’ i luoghi magici dove è fiorita una civiltà.

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